Archive | blog Huffington RSS feed for this section

Non mi indigno per la vignetta di Mannelli, ma per i milioni di italiani che vivono in povertà assoluta

16 ago Vignetta Boschi: Saggese, offesa e insolenza non è satira

Vignetta Boschi: Saggese, offesa e insolenza non è satiraEra un rito quello della domenica pomeriggio. La lettura di Tango ha accompagnato la nostra gioventù politica. Una lettura fatta di risate, di riflessioni e della forza di una generazione che stava crescendo per essere nuova classe dirigente. Ridemmo, davanti a una birra in un circolo Arci, anche la domenica di “Nattango”. Il Segretario era ritratto nudo e vicino a lui due piccoli Craxi e Andreotti, musici improvvisati. In quelle risate la forza della giovane politica che con la satira si interroga e progredisce e non ha paura di mettersi a nudo, come avviene in un dialogo intimo e di passione. Quella passione che agita le rivoluzioni. La passione che ci animava per la visione di un mondo migliore, quella del grande concerto del 1985, “Liveaid”, un jukebox planetario per dare voce a chi soffriva e moriva per la grande carestia in Etiopia, la grande emozione della caduta del muro di Berlino. Un sogno spento dalle stragi di Mafia del 1992, dai genocidi della guerra dei Balcani e dalla corruzione di Tangentopoli. Un sogno tramontato nella precarietà esistenziale dei nostri tempi.

Oggi l’Italia è un paese da record. Lo attesta il recente rapporto McKinsey ”Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi”che tratta una tendenza che riguarda il 70% della popolazione nell’Occidente sviluppato: l’impoverimento. Il nostro record è davvero scioccante. Secondo il rapporto l’Italia è in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane è ferma agli introiti di 10 anni fa o si ritrova con un reddito ancora più basso. Siamo più poveri degli Stati Uniti, più dell’Inghilterra e della Francia.

La differenza con gli altri paesi è data dalla fine dell’investimento pubblico nell’infrastruttura sociale e nella svalutazione selvaggia del lavoro. Con il Jobs Act e la politica degli incentivi alle assunzioni si è creata una situazione paradossale dove si investe nella flessibilità e nella precarietà. Sul versante delle protezioni sociali non vi è traccia di politiche di sostegno al reddito che riducano le disuguaglianze e compensino l’impoverimento dato dalla precarietà.

L’altra conclusione del Rapporto McKinsey riguarda i giovani: la prima generazione, da diversi decenni, che sta peggio dei genitori. Ma non è questa l’unica povertà di cui soffre l’Italia. La drammatica condizione giovanile si riallaccia alla mancata spinta al protagonismo femminile e al rinascere del sessismo. Il sessismo sfacciato delle “bamboline imbambolate” del Governatore De Luca e il sessismo strisciante del “rispetto per le donne” ben narrato da Filippo Maria Battaglia nel libro “stai zitta e va’ in cucina”. Il maschilismo in politica da Togliatti a Grillo.

Sono destini comuni quelli delle donne e dei giovani. Siamo sempre il futuro e mai il presente, ancora sotto il tallone del patriarcato, con le sue istanze di dominio e di mantenimento dell’egemonia politica e culturale. Nei giovani più poveri dal dopoguerra e nel rifiorire del sessismo sta il fallimento di Matteo Renzi. È il fallimento dell’aver fissato l’unico orizzonte nell’appuntamento referendario, il “d-day” per salvare il paese dall’inarrestabile declino. È il fallimento di un massimalismo che ha piegato qualsiasi regola democratica per il raggiungimento del proprio fine.

I dati sull’arresto della già debole crescita economica, il progressivo e pesante impoverimento delle giovani generazioni e il tasso di natalità peggiore dall’unità d’Italia, mostrano chiaramente che la vittoria del Sì al referendum costituzionale non porterà alcun cambiamento in grado di sovvertire questi fattori, anzi, consoliderà una classe dirigente pienamente responsabile del declino sociale ed economico del paese.

A noi che abbiamo avuto il coraggio di credere nella costruzione di un nuovo campo politico progressista e di sinistra, la responsabilità di vincere la sfida dell’innovazione a partire dalla politica. Un partito progressista oggi deve incanalare tutte le energie e le risorse che vengono dalla società e farle crescere in un pensiero politico chiaro, includente, diffuso e che restituisce la ricchezza della proposta ai giovani e abbatte l’egemonia del patriarcato.

Un partito vero, che esprime una leadership plurale ed esce definitivamente dalla politica “dell’uomo solo al comando”. Sarebbe un errore storico e politico racchiudere il pensiero e la pratica politica di un partito nuovo in un “uomo solo”. Non mi indigno di fronte alla vignetta di Mannelli. Mi indigno di fronte agli oltre 4 milioni di italiane e italiani che vivono in povertà assoluta, ai giovani più poveri dal dopoguerra, alle donne che devono scegliere se essere madri o protagoniste della vita pubblica, alle donne incendiate dai propri compagni. Mi indigno perché sento e vedo una politica debole e sconnessa dagli interessi reali e dalle vere forze innovatrici di questo paese.

Sarà un bel giorno quel giorno dove vedrò sulla prima pagina di un giornale una vignetta di Mannelli che ritrae una donna con le cosce in primo piano e rossa di passione di fronte ad un giovane uomo anch’esso rosso di passione. Stanno brindando, è il brindisi della loro vittoria al primo Congresso di sinistra italiana. Loro, un uomo e una donna, guideranno la nuova sinistra e insieme a una nuova classe dirigente scriveranno belle pagine di politica: forte, libera, che crede nel presente e che non ha paura di mettersi a nudo, come nelle più intime passioni. A presto Riccardo Mannelli!

Questo articolo è stato pubblicato sull’Huffington Post

Sara vive nella nostra nuova resistenza

2 giu sara_di_pietrantonio_thumb400x275

sara_di_pietrantonio_thumb400x275

Un dialogo come altri:
Giovanna: e allora perché non lo lasci?
Anna: perché, in fondo, mi vuole bene e anch’io a lui e non sto neanche così male se solo non volesse fare sesso con me tutti i giorni.
Giovanna: ma fare sesso con l’uomo che si ama non è un obbligo, Anna.
Anna: dai, lo sai anche tu che loro vogliono quello e se io rifiuto lui si arrabbia.

Anna è una giovane donna come ce ne sono molte, sposata, non importa se con figli. L’uomo che ha amato e che ha scelto come compagno di vita si arrabbia se non fa sesso, tutti i giorni. Non lo lascerà perché in fondo lui le vuole bene, un bene che possiede, un bene che non accetta la volontà diversa di Anna di vivere il piacere del suo corpo manifestando la propria sessualità. Un bene che ha come codici di accettazione la rinuncia di sé stesse e la sottomissione.

Sara ha manifestato il suo dissenso e non ha più voluto condividere con Vincenzo la sua affettività, la sua sessualità e la sua vita. Vincenzo l’ha bruciata.

È un esercizio quello di leggere i commenti che giungono puntuali dopo la cronaca di un femminicidio. “E si non manca nulla, abbiamo le leggi, la ministra, anche qualche soldo”, “serve rispetto per le donne e educazione sentimentale nelle scuole”, “tanto il colpevole uscirà tra poco tempo”. Addirittura: “sì, va bene tutto ma anche lei poteva essere più morbida con lui”.

Quale legge o ora di educazione sentimentale può far capire a un ragazzo che il piacere della sessualità non è fatto di gesti eroici e potenti tali da poter procreare, ma di una semplice intesa tra due soggetti che scoprono le loro fonti di piacere, i gesti e le parole che appagano e che riconoscono l’altro nella sua differenza?

Il campo dove noi donne dobbiamo giocare la partita è quello della nostra sessualità e del sesso agito. In questo campo troppo spesso abbiamo preferito la complicità prendendo parte alla dominazione maschile, agendo noi stesse una sessualità di appagamento del piacere del maschio e legandola alla procreazione. Una sessualità dove il concepire diventa il nostro modo di dominare.

Il nostro agire personale sessuato si deve fondere con il nostro agire politico per costruire ponti e alleanze tra donne tali da renderci forti nella relazione con gli uomini.

Dobbiamo sentici forti per dire ai maschi che non è dominando e possedendo che si migliora e si progredisce, ma trovando quella semplice intesa che fa scoprire gli interessi, i piaceri, le fragilità e le sicurezze, le ambizioni nascoste.

Carla Lonzi scrive “sono nata donna, non ho da pensare ad altro”, questo è il nostro modo di vedere il mondo e di stare con gli uomini, di stare nella politica. Sara è viva ed è il simbolo della nostra nuova resistenza.

Resistere e alzare la voce in una denuncia corale contro l’indifferenza, l’ingiustizia sociale, le disuguaglianze.

Resistere e alzare la voce per una democrazia che non è una prova di forza quotidiana per vincere sempre, ma è un’intesa che riconosce e concede spazi a tutte e tutti senza sopraffazione e umiliazione.

Le donne sono esseri umani sessuati: non vogliamo essere rispettate, adorate e tutelate, non chiediamo eroismi e gesti eclatanti. Vogliamo la parola, l’identità, il riconoscimento e la libertà.

Vogliamo un’Italia che permetta ad Anna di dire al suo uomo: “non voglio fare sesso tutti i giorni per soddisfare te, ma voglio farlo per scoprire insieme a te la mia fonte di piacere e affermazione”.

Senza che questo metta a rischio la sua vita.

 

Questo articolo è stato pubblicato sull’Huffington Post 

Per un referendum davvero democratico dico a Renzi e a Boschi di lasciare adesso la politica

24 mag Donne-partigiane

Donne-partigianeOra ci sono i partigiani “veri” e quelli “finti” dopo aver scoperto che “i pezzi della sinistra che incarnano certi valori votano insieme a Casa Pound” e, nel corso delle settimane, aver letto che a Roma nulla e nessuno ha fermato la manifestazione di Casa Pound.

Ascoltando i toni delle dichiarazioni della Ministra Maria Elena Boschi, che rivelano la prepotenza e l’arroganza al potere, per cui tutti i mezzi sono leciti anche la mistificazione della storia politica di questo paese, la caratteristica che emerge con maggiore forza e distinzione è l’ignoranza.

L’ignoranza di occupare tutti gli spazi comunicativi possibili, per far prevalere una tesi sopra l’altra con argomentazioni che non stanno mai nel merito della scelta ma, al contrario, ripiegano su un tatticismo becero e di basso profilo che punta solo all’autoconservazione del potere acquisito.

L’ignoranza di chi pensa di avere il diritto di penetrare nel cuore del pensiero critico, portando nelle università pezzi di propaganda mascherata da attenta “divulgazione scientifica”.

L’ignoranza di stare nella perenne contraddizione che la riforma della costituzione è necessaria per far “funzionare meglio il paese”. Frasi dette da chi in questo tempo sta governando il paese e annuncia tutti i giorni gli obiettivi raggiunti, evidentemente, con il bicameralismo.

L’ignoranza di chi afferma che con la riforma del Senato si mandano a casa centinaia di politici dimenticandosi, che il proprio “curriculum vitae” è fatto quasi esclusivamente di incarichi politici.

Un’ignoranza al potere che pretende di riscrivere la storia di questo paese usando come leve la divisione e la delegittimazione, irridendo continuamente chi manifesta a viso aperto il proprio dissenso.

Il no alla riforma Boschi è un no a una idea di paese dove l’ingiustizia sociale creata dalla riforma del lavoro ha consolidato la precarietà e l’ha fatta diventare un’arma potentissima, conducendoci tutte e tutti nel disincanto e nel nichilismo e facendoci credere che non esiste un’alternativa, una possibilità migliore. La precarietà come condizione di vita ci spinge a sacrificare la nostra dimensione intima e personale, i diritti, le giuste rivendicazioni.

Il no alla riforma Boschi è un no alla sperequazione sociale, alla demolizione dei servizi pubblici, alle grandi opere utili solo alle grandi speculazioni, alla devastazione sistematica dell’ambiente, al commercio e allo sfruttamento dell’essere umano, alla non affermazione delle donne nella società, a una idea di giustizia che inizia e finisce nelle aule dei tribunali e non tiene mai conto di quanto è accaduto prima del processo e quanto accade dopo il processo.

È un no alla politica che trasforma la vita delle persone in una perenne prova che si vince o si supera, diversamente si deve lasciare. La sconfitta come corresponsabilità di crescita non è più contemplata.

Questa nuova società dove si può solo vincere è una società che non dà sicurezza e ci conduce al disorientamento. Per essere sicuri è necessario stare in un contesto che riconosce la verità, la giustizia e la riconciliazione come fondamenta per una vera ricostruzione morale.

A Matteo Renzi e Maria Elena Boschi che hanno dichiarato che lasceranno la politica in caso di vittoria del no suggerisco di lasciare prima dell’esito del Referendum e garantire a tutte e tutti noi una scelta libera frutto di un dibattito vero, giusto e che riconcilia.

Lasciate la politica non dopo ma adesso, ascoltate il dibattito nel paese e aspettate con fiducia il risultato, tutte e tutti ci ricorderemo di voi.

Questo articolo è stato pubblicato sull’Huffington Post

Gestazione per altri, ecco perché non può essere considerata un reato universale

5 mag MATERNIT-SURROGATA-large

La discussione di questi tempi sulla gestazione per altri ci fa tornare al tempo quando, la trasformazione prodotta dalle tecnologie e legata alla procreazione creava la preoccupazione dello svuotamento della soggettività femminile. Una soggettività legata alla distinzione tra procreazione e sessualità.

La scienza, alcune confessioni religiose e culture sostengono che l’uomo e la donna si evolvono attraverso l’istituzione della famiglia. Oggi, questa argomentazione è fortemente in crisi. Sempre meno coppie si sposano, il tasso di divorzi cresce, il desiderio sessuale mina le basi dei matrimoni più solidi.

In ogni epoca gli esseri umani si sono confrontati sugli stessi problemi intimi e le stesse situazioni familiari: la condivisione, il tradimento, la gelosia.

Anche nella nostra storia non troppo lontana troviamo storie di donne, che per poter garantire il normale sostentamento della famiglia, allattavano figlie e figli di altre donne. L’ascolto dei racconti che trasmettono emozioni e rimpianti ci restituisce una sensazione di forte disagio, non tanto legata al compenso pattuito ma perché quella possibilità di guadagno era legata alla morte della propria bambina o bambino e successivamente legata all’abbandono della bimba o bimbo allattato. Il valore che emerge dai racconti è il legame creato che aiuta a costruire relazioni larghe, di sostegno nella difficoltà e di condivisione nella serenità.

La complessità della modernità e la fluidità del contesto sociale ci obbliga a non semplificare e ci spinge ad interrogarci sui mutamenti affettivi e intimi che le donne e gli uomini vivono in questa contemporaneità. Perché la fertilità è in calo nei paesi occidentali a differenza dei paesi in via di sviluppo? Perché esiste l’omosessualità nonostante la logica evolutiva? Cosa rivela il corpo umano sulle origini della sessualità moderna?

L’errore sarebbe quello di entrare nella contrapposizione tra proibizionismo e libertà contrattuale.

Un approccio proibizionista rischia di condurci in una contraddizione che ci conduce lontano dall’idea di infrastruttura sociale e di politiche pubbliche propria della crescita reale della nostra Repubblica, avvicinandoci invece all’impostazione più conservatrice.

Proprio nella cultura conservatrice la costruzione delle relazioni è fondata sul possesso/dominio del procreare, con uno squilibrio nei rapporti di forza nelle relazioni interpersonali e affettive, centrate sul rispetto e non sul riconoscimento, costruite pertanto su un ordine già definito all’origine.

Medesimo rischio anche per le posizioni che portano ad un approccio che liberalizzano la pratica annullando del tutto l’apporto soggettivo nella costruzione della relazione.
Anche questo è un azzardo: la fluidità del contesto sociale ha riprodotto anche nelle relazioni interpersonali e affettive l’assenza del limite.

Continue reading 

Filumena Marturano e la “maternità surrogata”

4 mar

“E figli so’ figli …… e so’ tutt’eguale”, così dice Filumena Marturano a Don Mimì e gli impone di essere padre di tutti e tre i figli non rivelando quale dei tre è suo. Filumena con questo gesto rompe il patriarcato e include dentro un progetto di vita comune e condiviso anche i suoi figli, i figli di una “prostituta”. Le sue sono “maternità” che mai nessuno saprà se erano desiderate, di certo sono accettate e vissute.

Per questo parlare di “maternità surrogata” è surreale, perché la maternità non si può surrogare. Il dibattito di queste settimane sulla “maternità per altri” ė semplificato, totalmente scarnificato dalla complessità che invece richiede. Chi non è contrario alla “maternità surrogata”? Tutti lo siamo, come siamo contro la tratta degli esseri umani, come siamo contro la riduzione in schiavitù o le bambine e i bambini soldato, con una differenza sostanziale: la “maternità surrogata” non esiste. Anch’io sono contraria. Sono favorevole alla “maternità per altri” con la condizione del dono ed il mantenimento del legame con la coppia, se la donna sceglierà di conservarlo.

Giungono riflessioni, anche da uomini attenti all’identità della sinistra, dense di puritanesimo familista di forte contrarietà alla “maternità per altri” che si appellano alla prevalenza di un individualismo dei diritti in una società vuota di etica ed in assenza di limiti. Ė la ragione del modello razionalista occidentale, fondato sulla distinzione tra razionale e irrazionale, individuo e società. Modello ormai demolito dalle migrazioni che spingono l’umanità ad entrare in una relazione empatica con la terra che attraversano.

È più facile parlare della spiritualità della nascita e di santificazione della famiglia che parlare di “amore”. Parlare di “amore” richiede la sensibilità di riconoscere le soggettività sessuate e la capacità di immaginare una democrazia che non sia solo ragione ma anche emozione, una democrazia in grado per questo di costruire delle verità condivise ed includenti e non predeterminate e respingenti create da “no” senza appello, tipiche delle culture più conservatrici e lontane dal concetto di progresso.

La “maternità per altri” è una scelta delle donne e la parola è la loro, con le loro storie di vita sia che siano di dono che di costrizione data dalla povertà. Sono donne che hanno convissuto per nove mesi della loro vita con la consapevolezza che quel pezzo della loro esistenza è dedicata al desiderio di altre e di altri.

Oggi, grazie alle lotte del movimento femminista, in Italia una donna incinta può anche non essere madre e decidere di interrompere la gravidanza o partorire in anonimato. Questo è un risultato che riconosce pienamente la soggettività delle donne e le mette nella condizione di poter modificare con una scelta personale la cultura patriarcale. Una legge, quella sull’interruzione volontaria di gravidanza, fortemente minata dall’obiezione di coscienza, dall’inasprimento delle sanzioni per la clandestinità e dallo smantellamento della rete dei consultori, che prevede una particolare attenzione proprio per le donne in stato di povertà.

Opporsi alla “maternità per altri” con la motivazione dello sfruttamento della povertà è un argomento che ci deve far agire sia sul piano internazionale che su quello della politica interna.
Sul piano internazionale è necessario agire sulla normativa per i diritti umani attivando il percorso per una risoluzione in sede Nazioni Unite contro lo sfruttamento delle donne in condizioni di povertà e intraprendere la strada degli accordi bilaterali, sostenendo, da parte dell’Italia, l’investimento in una campagna globale dedicata alla educazione e alla capacitazione delle ragazze e delle donne in situazione di vulnerabilità, nei paesi dove lo sfruttamento di questa pratica è più marcato e selvaggio.

Sul piano della politica interna è necessario tornare ad investire sulle infrastrutture sociali, ormai demolite dai pesanti tagli alla spesa pubblica per garantire alle donne la scelta di tornare a fare figli invertendo la tendenza alla denatalità, descritta recentemente dall’ISTAT. Per le donne che scelgono la “maternità per altri”, il dono come condizione per il “patto di maternità” e la garanzia del mantenimento del legame con la coppia.

“Don Mimì, i figli non si comprano”, dice Filumena che seppur analfabeta ha saputo, con la forza del sentimento, farsi riconoscere e affermare i diritti per lei e per i suoi figli.

Questo articolo è uscito per il blog dell’Huffington Post 

La politica dell’ascolto e del valore umano è Cosmopolitica

22 feb

Anche io oggi ho scelto di essere qui. In questi giorni parlando con una cara amica della scelta di essere con voi oggi lei mi ha detto: “Giovanna, torni ad essere radicale?” Sì, ho risposto, per andare avanti e crescere credo che si debba tornare alle radici.

Il mio lavoro mi ha dato la possibilità di incrociare storie a volte difficili e dolorose ma che mi hanno arricchito e mi hanno fatto capire di più della vita e di me stessa. Della mia storia non rinnego nulla, l’ho sempre vissuta con la convinzione che – come racconta la bella favola africana del colibrì – devo portare gocce di acqua ad un progetto comune e più grande, che mi somigli.

Sono piena di contraddizioni e lo sarò sempre, immagino e spero, perché le contraddizioni sono domande che la vita ci fa. Ho cercato sempre di essere coerente. Avere delle possibilità, anche nella complessità, regala sempre delle cose e a me ha dato la possibilità di avvicinarmi al mondo delle donne. Per me è stato un impegno nuovo, l’interesse per le donne non era mai stato un tema esclusivo nel mio lavoro. Per me è stata una scoperta e una grande opportunità. Guardare il mondo da un punto di vista nuovo fa scoprire nuove cose, apre prospettive insospettabili.

Se guardiamo il mondo con occhi di donna vediamo la nostra società pericolosamente priva di equilibrio. Non voglio parlare qui di giustizia o di altri ideali, voglio parlare di equilibrio, concetto aureo che dovrebbe racchiudere tutti gli ideali di una buona politica. Nella nostra società non c’è equilibrio tra uomo e donna, non c’è equilibrio tra ricchi e poveri, tra vecchi e giovani, tra mercato e diritti. Ad annullare questi disequilibri una buona politica dovrebbe dedicare la sua attenzione.

Proprio ieri è arrivata la notizia che il calo delle nascite in Italia ha toccato i minimi storici. Oggi questo dato non è per me un numero inerte, generico. Fare un figlio in questo Paese sta diventando sempre più difficile, un paese in crisi che non cura i servizi per l’infanzia e per i vecchi è un paese condannato. Questo dato, il calo delle nascite, è il giudizio delle donne su questa società. Le donne pensano e in questo modo dicono che questa società non accoglie più, non garantisce più, non cura più. Le donne curano l’umanità da quando esiste e hanno così acquistato delle grandi competenze.

Oggi io so che dall’ascolto, dall’incontro tra emozione e ragione, attenzione dall’incontro non dalla mediazione, nasce e cresce la capacità di fare veramente politica.

La Storia non ė neutra e la storia finora governata da criteri tutti maschili ci consegna un mondo pericolosamente squilibrato nella convivenza, nella guerra, nello sfruttamento delle materie prime, nella supremazia assoluta del mercato sull’uomo, nella cultura dello scarto.

Ė ora di cambiare. Le donne non sono da includere e da proteggere, sono da ascoltare. Sono società. E la libertà che hanno saputo conquistare per se stesse fa cambiare loro posizione, non le mette più di fianco agli uomini ma di fronte, di fronte gli uni alle altre per pensare, decidere e fare cose buone per questo mondo comune.

Ma ora mi rivolgo alle donne che sono qui. Saremo capaci di mantenere la nostra testa di donne? Saremo capaci di far parlare la nostra esperienza del mondo, un mondo che, diciamocelo, non ci ha accolto al meglio e che a tutt’oggi ci promette poco? Dovremo esserne capaci per una società migliore per tutti. Fuori dal pensiero unico maschile, non più subalterne a stili, comportamenti e costumi che ci rendono assenti anche se presenti nella scena della politica.

E poi basta dire “il futuro è dei giovani”. Certo che il futuro è dei giovani che lo si voglia o no ma è una grande ovvietà. Basta con questa retorica vuota. Siamo tutti insieme il presente: uomini, donne, bambini, vecchi. E le ragazze e i ragazzi devono avere tutte e tutti la possibilità di un “oggi professionale” solido, anche da condividere e scambiare nel mondo con esperienze e culture altre, da far crescere con investimenti nella formazione. Su questo si deve fondare la nostra idea di Paese, non una visione che concede diritti e opportunità a “geometrie variabili “.

La Democrazia non è mai perfetta e conclusa, è straordinariamente creativa e il tempo farà la sua parte. Noi dobbiamo fare la nostra. Abbiamo tante sfide da raccogliere e da vincere. Una buona società è quella che permette a ciascuno di dare il meglio di sé fare emergere il valore che ognuno porta in sé, la parte migliore di ciascuno. Scartiamo l’idea prometeica di cambiare l’umanità, di renderla migliore, il meglio è già in ciascuno di noi. La buona politica è quella capace di tirarlo fuori e di farlo agire.

Inauguriamo insieme una politica dell’ascolto, è cosa nuova e difficile, lo so, ma non perdiamo questa occasione.

 

Questo articolo è uscito per il blog dell’Huffington Post 

Da oggi aperto il mio blog sull’Huffington Post

19 gen

Il blog sull’Huffington sarà un nuovo spazio di riflessione e condivisione. Ecco il primo post che ho scritto, prendendo spunto dai fatti di Colonia per elaborare un pensiero più ampio sul tipo di Europa e di ordine mondiale che vogliamo.

 

Colonia e l’Europa che vogliamo, dove la parola delle donne può cambiare tutto

Ho atteso a scrivere, ho preferito lasciare spazio all’ascolto e alla riflessione perché come ha detto Alessandra Bocchetti in un bell’incontro mercoledì scorso alla Casa Internazionale delle Donne di Roma“c’è anche una soglia del dolore”.

È vero, c’è una soglia del dolore per la piazza di Colonia, per i 50.000 stupri della guerra dei Balcani, per Valeria Solesin e le ragazze e i ragazzi del Bataclan, per le bambine violentate dai maschi occidentali nei mercati del sesso thailandesi, per le spose bambine stuprate a 8 anni, per le ragazze consumate sessualmente nelle strade e case italiane, per l’orrore del mercato delle schiave praticato dalla brutalità del Daesh, per la terribile vignetta di Charlie Hebdo su Aylan e per Ashley che in un post di un maschio italiano è addirittura “una zoccola drogata e ubriacona. Non vale neanche la pena di parlarne”. Sono pagine di storia che ci parlano di una cultura maschile in cui le donne sono beni, proprietà, patrimonio da tutelare oppure scambiare. Del resto i matrimoni combinati erano consuetudine anche nell’Europa del 1800 e in Italia abbiamo dovuto attendere il 1981 per abrogare il delitto d’onore: come non ricordare il coraggio di Franca Viola e le lotte delle donne contro gli stupri “riparati dai matrimoni”.

La cronaca di questi giorni relega le donne in un ruolo di procreatrici ed il linguaggio usato nel dibattito pubblico sul legittimo riconoscimento dei diritti alle donne e gli uomini che vivono una relazione al di fuori del matrimonio si chiude in 5 parole “utero in affitto” e “matrimonio gay”. È un linguaggio che non riconosce la donna come persona e di conseguenza ne umilia il corpo, in un’Italia che riconosce alle figlie ed ai figli ancora solo il cognome del padre.

Le migrazioni che sono in atto, fatte di uomini e donne in fuga dalla guerra e dalla povertà e alla ricerca di un futuro migliore, assumono un ruolo dirompente che riguarda tutte e tutti noi esseri umani in “transizione” da un sistema valoriale e culturale tramontato e del quale il patriarcato rappresenta un elemento fondativo. Il fantasma di Colonia è comparso in scena in un’Europa che fa fatica a stare dentro una trasformazione identitaria e con un grande problema “interno”: quello di una società che invecchia. Di fronte ad un crescente calo demografico chi penserà a ripopolare l’Europa? E con quale cultura?. Continue reading