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Filumena Marturano e la “maternità surrogata”

4 mar

“E figli so’ figli …… e so’ tutt’eguale”, così dice Filumena Marturano a Don Mimì e gli impone di essere padre di tutti e tre i figli non rivelando quale dei tre è suo. Filumena con questo gesto rompe il patriarcato e include dentro un progetto di vita comune e condiviso anche i suoi figli, i figli di una “prostituta”. Le sue sono “maternità” che mai nessuno saprà se erano desiderate, di certo sono accettate e vissute.

Per questo parlare di “maternità surrogata” è surreale, perché la maternità non si può surrogare. Il dibattito di queste settimane sulla “maternità per altri” ė semplificato, totalmente scarnificato dalla complessità che invece richiede. Chi non è contrario alla “maternità surrogata”? Tutti lo siamo, come siamo contro la tratta degli esseri umani, come siamo contro la riduzione in schiavitù o le bambine e i bambini soldato, con una differenza sostanziale: la “maternità surrogata” non esiste. Anch’io sono contraria. Sono favorevole alla “maternità per altri” con la condizione del dono ed il mantenimento del legame con la coppia, se la donna sceglierà di conservarlo.

Giungono riflessioni, anche da uomini attenti all’identità della sinistra, dense di puritanesimo familista di forte contrarietà alla “maternità per altri” che si appellano alla prevalenza di un individualismo dei diritti in una società vuota di etica ed in assenza di limiti. Ė la ragione del modello razionalista occidentale, fondato sulla distinzione tra razionale e irrazionale, individuo e società. Modello ormai demolito dalle migrazioni che spingono l’umanità ad entrare in una relazione empatica con la terra che attraversano.

È più facile parlare della spiritualità della nascita e di santificazione della famiglia che parlare di “amore”. Parlare di “amore” richiede la sensibilità di riconoscere le soggettività sessuate e la capacità di immaginare una democrazia che non sia solo ragione ma anche emozione, una democrazia in grado per questo di costruire delle verità condivise ed includenti e non predeterminate e respingenti create da “no” senza appello, tipiche delle culture più conservatrici e lontane dal concetto di progresso.

La “maternità per altri” è una scelta delle donne e la parola è la loro, con le loro storie di vita sia che siano di dono che di costrizione data dalla povertà. Sono donne che hanno convissuto per nove mesi della loro vita con la consapevolezza che quel pezzo della loro esistenza è dedicata al desiderio di altre e di altri.

Oggi, grazie alle lotte del movimento femminista, in Italia una donna incinta può anche non essere madre e decidere di interrompere la gravidanza o partorire in anonimato. Questo è un risultato che riconosce pienamente la soggettività delle donne e le mette nella condizione di poter modificare con una scelta personale la cultura patriarcale. Una legge, quella sull’interruzione volontaria di gravidanza, fortemente minata dall’obiezione di coscienza, dall’inasprimento delle sanzioni per la clandestinità e dallo smantellamento della rete dei consultori, che prevede una particolare attenzione proprio per le donne in stato di povertà.

Opporsi alla “maternità per altri” con la motivazione dello sfruttamento della povertà è un argomento che ci deve far agire sia sul piano internazionale che su quello della politica interna.
Sul piano internazionale è necessario agire sulla normativa per i diritti umani attivando il percorso per una risoluzione in sede Nazioni Unite contro lo sfruttamento delle donne in condizioni di povertà e intraprendere la strada degli accordi bilaterali, sostenendo, da parte dell’Italia, l’investimento in una campagna globale dedicata alla educazione e alla capacitazione delle ragazze e delle donne in situazione di vulnerabilità, nei paesi dove lo sfruttamento di questa pratica è più marcato e selvaggio.

Sul piano della politica interna è necessario tornare ad investire sulle infrastrutture sociali, ormai demolite dai pesanti tagli alla spesa pubblica per garantire alle donne la scelta di tornare a fare figli invertendo la tendenza alla denatalità, descritta recentemente dall’ISTAT. Per le donne che scelgono la “maternità per altri”, il dono come condizione per il “patto di maternità” e la garanzia del mantenimento del legame con la coppia.

“Don Mimì, i figli non si comprano”, dice Filumena che seppur analfabeta ha saputo, con la forza del sentimento, farsi riconoscere e affermare i diritti per lei e per i suoi figli.

Questo articolo è uscito per il blog dell’Huffington Post