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Gestazione per altri, ecco perché non può essere considerata un reato universale

5 mag MATERNIT-SURROGATA-large

La discussione di questi tempi sulla gestazione per altri ci fa tornare al tempo quando, la trasformazione prodotta dalle tecnologie e legata alla procreazione creava la preoccupazione dello svuotamento della soggettività femminile. Una soggettività legata alla distinzione tra procreazione e sessualità.

La scienza, alcune confessioni religiose e culture sostengono che l’uomo e la donna si evolvono attraverso l’istituzione della famiglia. Oggi, questa argomentazione è fortemente in crisi. Sempre meno coppie si sposano, il tasso di divorzi cresce, il desiderio sessuale mina le basi dei matrimoni più solidi.

In ogni epoca gli esseri umani si sono confrontati sugli stessi problemi intimi e le stesse situazioni familiari: la condivisione, il tradimento, la gelosia.

Anche nella nostra storia non troppo lontana troviamo storie di donne, che per poter garantire il normale sostentamento della famiglia, allattavano figlie e figli di altre donne. L’ascolto dei racconti che trasmettono emozioni e rimpianti ci restituisce una sensazione di forte disagio, non tanto legata al compenso pattuito ma perché quella possibilità di guadagno era legata alla morte della propria bambina o bambino e successivamente legata all’abbandono della bimba o bimbo allattato. Il valore che emerge dai racconti è il legame creato che aiuta a costruire relazioni larghe, di sostegno nella difficoltà e di condivisione nella serenità.

La complessità della modernità e la fluidità del contesto sociale ci obbliga a non semplificare e ci spinge ad interrogarci sui mutamenti affettivi e intimi che le donne e gli uomini vivono in questa contemporaneità. Perché la fertilità è in calo nei paesi occidentali a differenza dei paesi in via di sviluppo? Perché esiste l’omosessualità nonostante la logica evolutiva? Cosa rivela il corpo umano sulle origini della sessualità moderna?

L’errore sarebbe quello di entrare nella contrapposizione tra proibizionismo e libertà contrattuale.

Un approccio proibizionista rischia di condurci in una contraddizione che ci conduce lontano dall’idea di infrastruttura sociale e di politiche pubbliche propria della crescita reale della nostra Repubblica, avvicinandoci invece all’impostazione più conservatrice.

Proprio nella cultura conservatrice la costruzione delle relazioni è fondata sul possesso/dominio del procreare, con uno squilibrio nei rapporti di forza nelle relazioni interpersonali e affettive, centrate sul rispetto e non sul riconoscimento, costruite pertanto su un ordine già definito all’origine.

Medesimo rischio anche per le posizioni che portano ad un approccio che liberalizzano la pratica annullando del tutto l’apporto soggettivo nella costruzione della relazione.
Anche questo è un azzardo: la fluidità del contesto sociale ha riprodotto anche nelle relazioni interpersonali e affettive l’assenza del limite.

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Dichiarazione di voto sulle mozioni riguardanti la gestazione per altri

5 mag

Filumena Marturano e la “maternità surrogata”

4 mar

“E figli so’ figli …… e so’ tutt’eguale”, così dice Filumena Marturano a Don Mimì e gli impone di essere padre di tutti e tre i figli non rivelando quale dei tre è suo. Filumena con questo gesto rompe il patriarcato e include dentro un progetto di vita comune e condiviso anche i suoi figli, i figli di una “prostituta”. Le sue sono “maternità” che mai nessuno saprà se erano desiderate, di certo sono accettate e vissute.

Per questo parlare di “maternità surrogata” è surreale, perché la maternità non si può surrogare. Il dibattito di queste settimane sulla “maternità per altri” ė semplificato, totalmente scarnificato dalla complessità che invece richiede. Chi non è contrario alla “maternità surrogata”? Tutti lo siamo, come siamo contro la tratta degli esseri umani, come siamo contro la riduzione in schiavitù o le bambine e i bambini soldato, con una differenza sostanziale: la “maternità surrogata” non esiste. Anch’io sono contraria. Sono favorevole alla “maternità per altri” con la condizione del dono ed il mantenimento del legame con la coppia, se la donna sceglierà di conservarlo.

Giungono riflessioni, anche da uomini attenti all’identità della sinistra, dense di puritanesimo familista di forte contrarietà alla “maternità per altri” che si appellano alla prevalenza di un individualismo dei diritti in una società vuota di etica ed in assenza di limiti. Ė la ragione del modello razionalista occidentale, fondato sulla distinzione tra razionale e irrazionale, individuo e società. Modello ormai demolito dalle migrazioni che spingono l’umanità ad entrare in una relazione empatica con la terra che attraversano.

È più facile parlare della spiritualità della nascita e di santificazione della famiglia che parlare di “amore”. Parlare di “amore” richiede la sensibilità di riconoscere le soggettività sessuate e la capacità di immaginare una democrazia che non sia solo ragione ma anche emozione, una democrazia in grado per questo di costruire delle verità condivise ed includenti e non predeterminate e respingenti create da “no” senza appello, tipiche delle culture più conservatrici e lontane dal concetto di progresso.

La “maternità per altri” è una scelta delle donne e la parola è la loro, con le loro storie di vita sia che siano di dono che di costrizione data dalla povertà. Sono donne che hanno convissuto per nove mesi della loro vita con la consapevolezza che quel pezzo della loro esistenza è dedicata al desiderio di altre e di altri.

Oggi, grazie alle lotte del movimento femminista, in Italia una donna incinta può anche non essere madre e decidere di interrompere la gravidanza o partorire in anonimato. Questo è un risultato che riconosce pienamente la soggettività delle donne e le mette nella condizione di poter modificare con una scelta personale la cultura patriarcale. Una legge, quella sull’interruzione volontaria di gravidanza, fortemente minata dall’obiezione di coscienza, dall’inasprimento delle sanzioni per la clandestinità e dallo smantellamento della rete dei consultori, che prevede una particolare attenzione proprio per le donne in stato di povertà.

Opporsi alla “maternità per altri” con la motivazione dello sfruttamento della povertà è un argomento che ci deve far agire sia sul piano internazionale che su quello della politica interna.
Sul piano internazionale è necessario agire sulla normativa per i diritti umani attivando il percorso per una risoluzione in sede Nazioni Unite contro lo sfruttamento delle donne in condizioni di povertà e intraprendere la strada degli accordi bilaterali, sostenendo, da parte dell’Italia, l’investimento in una campagna globale dedicata alla educazione e alla capacitazione delle ragazze e delle donne in situazione di vulnerabilità, nei paesi dove lo sfruttamento di questa pratica è più marcato e selvaggio.

Sul piano della politica interna è necessario tornare ad investire sulle infrastrutture sociali, ormai demolite dai pesanti tagli alla spesa pubblica per garantire alle donne la scelta di tornare a fare figli invertendo la tendenza alla denatalità, descritta recentemente dall’ISTAT. Per le donne che scelgono la “maternità per altri”, il dono come condizione per il “patto di maternità” e la garanzia del mantenimento del legame con la coppia.

“Don Mimì, i figli non si comprano”, dice Filumena che seppur analfabeta ha saputo, con la forza del sentimento, farsi riconoscere e affermare i diritti per lei e per i suoi figli.

Questo articolo è uscito per il blog dell’Huffington Post